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Tivoli - Eyuel e la festa del Maskal

 

È ammesso aggrapparsi al treno ad alta velocità del mondo globalizzato, purché la corsa in cui siamo trascinati non ci faccia dimenticare la nostra cultura sino a diventare come un albero senza radice che un giorno è destinato a cadere.

Questo è il pensiero di Eyuel, studente poco più che ventenne, sempre attivo nella promozione culturale e nella conservazione dell’aggressione coloniale in Etiopia.

 

Eyuel, nato ad Addis Abeba, è arrivato in Italia quando aveva dodici anni. Ha abitato inizialmente a Bagni di Tivoli, poi a Campo di Carne per tornare infine a Tivoli. La vita di provincia la preferisce, “Non starei bene a Roma”, dice, “mi sentirei piccolo piccolo di fronte ad uno spazio immenso.”

A Campo di Carne gli è capitato di insegnare l’amarico ai bambini di origine etiope durante i mesi estivi. Venivano ospitati presso una chiesa ortodossa rumena con cui avevano un rapporto particolarmente stretto.

Ora sta studiando ingegneria clinica. Certo, alcune volte pensa di avere una maggiore predilezione per le materie umanistiche, ma se in futuro vorrà vivere in Etiopia la sua scelta si dimostrerà più pratica.

Eyuel è appena tornato da un viaggio in Etiopia che ha mutato il suo atteggiamento nei confronti della religione.

Da Addis Abeba è partito verso nord, ovvero verso quei monasteri di cui aveva solo sentito parlare, senza avere mai occasione di visitarli.

A Lalibela, dove si trovano undici chiese scavate nella roccia. Si dice che siano state costruite in ventidue anni da un solo uomo, Lalibela per l’appunto, con l’aiuto degli angeli. Tra queste la chiesa protetta dalle api che la tradizione sostiene colpiscano solo i visitatori con cattive intenzioni. E in quel tempio ai pellegrini si distribuisce il miele anziché l’acqua santa.

Quand’era bambino Eyuel ha ricevuto un’educazione religiosa tradizionale. Crescendo si è allontanato dalla chiesa. Ora dice che seguire una religione significa avere una disciplina, autoregolarsi, sapere rispettare i limiti ed essere coscienti delle proprie azioni. Crede che per certi ragazzi sia difficile vivere in Europa, perchè magari si trovano senza genitori e non sanno quali regole seguire.

E quando gli chiedo qual è l’origine di questo ritorno alla religione non ha dubbi.

Sicuramente quello che mi ha colpito è stato il festeggiamento del Maskal a cui ho assistito due o tre anni fa, a Campo di Carne. Alla festa del Maskal ho visto gli stessi rituali che avevo visto in Etiopia, ho conosciuto un po’ di gente, così mi è venuta voglia di riavvicinarmi.”

 

Ad ospitare da qualche anno la cerimonia è una signora etiope che ha messo a disposizione il suo giardino per la comunità. Eyuel abitava a Campo di Carne con la zia quando ha assistito per la prima volta al festeggiamento del Maskal in Italia.

La festa è la commemorazione del ritrovamento della croce di Cristo. Viene costruita una grande croce di paglia, di fiori, per poi essere bruciata in ricordo dell’Illuminazione. La leggenda narra infatti che Sant’Elena, la madre di Costantino, primo imperatore cristiano, andò a Gerusalemme e trovò la croce che si illuminò. Una parte di questa reliquia si trova nella chiesa romana di Santa Croce in Gerusalemme, mentre l’altra parte è in Etiopia, in un monastero sopra una montagna che ha proprio la forma della croce. La festa riunisce numerosi etiopi ortodossi che arrivano da molte parti d’Italia.

Ricreare atmosfere e occasioni che si credono perdute aiuta a recuperare parte della propria storia.

 

 

 

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