Nell’ottobre 2003 scoppia a Imola lo scandalo badanti.
Un’associazione apparentemente senza fini di lucro
iscritta all’Albo regionale del volontariato, trae
alti profitti dall’incontro tra domanda e offerta
di lavoro. L’associazione aveva fornito 242 assistenti
ad altrettante famiglie dell’imolese e del lughese
di cui 185 non in regola con il permesso di soggiorno.
L’associazione le costringeva a consegnare una parte
dei compensi che ricevevano dalle famiglie minacciando
di denunciarle alle forze dell’ordine oppure di
far loro perdere il posto, in alcuni casi trattenendo
a forza passaporti e documenti di riconoscimento. Di solito
l’associazione pretendeva dalle lavoratrici una
somma iniziale di 600 o 800 euro al momento del primo
contatto con una nuova famiglia, poi mensilmente dovevano
corrispondere circa 50 euro. In alcuni casi erano le famiglie
a pagare la quota mensile, altre volte le stesse lavoratrici.
L’associazione faceva le cose in regola e con tanto
di ricevute e contratti: diceva che i soldi servivano
per l’assicurazione e forniva ricevute a loro parere
detraibili dalla dichiarazione dichiarazione dei redditi
730. In realtà documenti senza valore, riferiti
a persone totalmente irregolari.
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