Roma – Gli italiani si fidano molto delle collaboratrici
familiari filippine. Ma le conoscono ben poco. E’
quanto emerge dal progetto di ricerca comunitaria Io,
noi e loro: realtà e illusioni delle colf filippine
realizzato dal Filipino Women’s
Council e pubblicato nel dicembre 2004. Le autrici,
Charito Basa e Rosalud Jing de la Rosa,
sono due donne filippine, con un passato migratorio alle
spalle, che hanno mantenuto un forte legame con la loro
comunità, sesto gruppo nazionale tra gli stranieri
in Italia grazie alle 73.847 presenze sul territorio (fonte
Dossier Caritas 2004). La ricerca e il libro stesso, costituito
dalla versione italiana e da quella inglese unite in un
unico volume, sono stati realizzati grazie al finanziamento
del progetto Equal
L’immagine degli immigrati in Italia, tra
media, società civile e mondo del lavoro.
La prima parte dell’indagine è dedicata all’analisi
di 42 casi di colf scelte in sei diversi quartieri
di Roma, città che ospita la più
grande comunità di filippini in Europa, e intervistate
all’interno di focus group da altre loro connazionali,
formate appositamente. Si parla di autostima, dei fattori
che hanno spinto queste lavoratrici a lasciare il loro
Paese per trasferirsi in Italia. Le donne riflettono se
nel prendere le decisioni importanti della loro vita hanno
prestato maggiore ascolto alle ragioni del cuore o alla
sfera più razionale del loro essere. Nella seconda
parte della ricerca a finire sotto la lente di ingrandimento
sono i risultati di 43 interviste fatte da collaboratrici
familiari filippine a datori di lavoro italiani,
sempre residenti nella capitale. Con questa scelta le
autrici hanno voluto valorizzare il ruolo delle immigrate
filippine nell’indagine, aumentando la loro consapevolezza
dell’immagine che di loro ha una parte della società
italiana. Comunque il fatto che a somministrare il questionario
siano state proprio le colf ha, nella maggior parte dei
casi, destato curiosità e sorpresa ed è
stato accolto come un elemento positivo.
E’ soprattutto dai risultati di queste interviste
che emergono elementi illuminanti rispetto al rapporto
tra datori di lavoro e lavoratrici. La colf entra nell’intimo
della vita familiare, svolge mansioni sostitutive un tempo
appannaggio della donna di casa, spesso si occupa di bambini
ed anziani; apparentemente entra a pieno titolo nelle
dinamiche della vita familiare. Ma «questo rapporto
intimo, a giudicare dai dati analizzati nella nostra indagine,
è spesso più apparente che reale»
scrivono le autrici «la conoscenza delle vicende
personali della lavoratrice è infatti spesso superficiale
e si limita, in molti casi, a dati generici quali l’età,
la provenienza e lo stato civile». A dimostrare
ciò è il fatto che, nonostante una quasi
totale maggioranza degli intervistati dichiari di conoscere
i particolari della vita privata della propria colf (95,3
per cento), solo il 25,6 per cento degli intervistati
sa, ad esempio, quanti figli ha, e solo il 34,9 per cento
è informato sulla residenza o meno di questi a
Roma, mentre il 48,8 per cento è informato sulla
presenza o meno del coniuge a Roma.
Le due ricercatrici commentano amaramente: «la rilevanza
di questi dati – scrivono - è che proprio
i temi più a cuore alle domestiche filippine, quelli
che hanno anche determinato la difficile scelta migratoria,
e che sono fonte di grande sofferenza quotidiana per queste
donne (come ad esempio la separazione da marito e figli,
anche in tenerissima età), vengono spesso ignorati
dai datori di lavoro».
Rispetto alle domande sulle similitudini e differenze
che i datori di lavoro percepiscono rispetto alla cultura
filippina, le risposte hanno evidenziato un dato interessante:
il 72,1 per cento del campione afferma di non trovare
differenze o di non saperle indicare. Scendendo nei particolari,
solo il 55,8 per cento del campione riconosce che esistono
delle similitudini, mentre il 44,2 per cento non riesce
a individuarne. Alla fine emerge un dato illuminante:
«le similitudini indicate risultano essere prevalentemente
un’immagine riflessa di quelle caratteristiche funzionali
a far sì che la collaboratrice domestica sia una
buona colf» scrivono le autrici. I valori condivisi
tra le due culture indicati dagli intervistati, in modo
particolare la comune radice cattolica, la capacità
nella cura dei bambini, il senso della famiglia, il rispetto
delle persone anziane, sembrano un’immagine stereotipata
di ciò che si vuole cogliere del mondo d´appartenenza
delle lavoratrici.
Dalla ricerca emerge un´immagine contraddittoria
delle immigrate filippine, dalla prima alla seconda parte
del libro. In patria sbandierate come “eroine dei
tempi moderni”, definizione utile al governo filippino
che le spinge in tutti i modi ad emigrare affinché
il Paese possa godere dei soldi che mandano a casa, le
loro ingenti rimesse. In Italia diventano le “brave
domestiche”, funzionali all’indipendenza delle
donne e uomini italiani che le accolgono nelle proprie
case ma per i quali restano spesso delle utili sconosciute.
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