L’Italia detiene un primato, confermato dai dati
sul censimento nazionale del 2001: gli oltre 10 milioni
di cittadini con più di 65 anni permettono al Paese
di mantenere il primo posto in Europa per il più
alto tasso di invecchiamento della popolazione, grazie
anche alla bassa natalità. Dal censimento precedente,
datato 1991, sono aumentati anche gli anziani di 75 anni
e oltre passando dal 6,7% all'8,4% della popolazione,
mentre è quasi raddoppiato in una decade il numero
delle persone con più di 85 anni. L’Italia
continua a invecchiare e aumenta anche il numero delle
persone non autosufficienti che ora ammontano a quasi
tre milioni di cui il 70 per cento ha più di 65
anni. In passato, la cura di questi e di altri familiari
ricadeva quasi totalmente sulle spalle delle donne italiane,
anche in virtù dell’impostazione, ancora
valida nel Paese, secondo cui l’assistenza sociale
rimaneva soprattutto a carico delle famiglie mentre per
l’assistenza sanitaria interveniva il settore pubblico.
E dunque se ne occupavano le parenti, destinate culturalmente
a quel ruolo. Oggi invece la tendenza più diffusa
è quella di affidare il servizio a esterni, utilizzando
magari, la ristretta minoranza che può usufruirne,
il sostegno economico assicurato a livello pubblico e
che consiste nell’indennità di accompagnamento
per anziani non autosufficienti e nell’assegno di
cura.
Cresce il numero dei lavoratori e delle lavoratrici dell’assistenza,
e tra questi aumentano gli/le stranieri/e. Secondo la
ricerca "L'assistenza privata agli anziani in Italia
e in Europa" presentata nel 2003 dal sindacato pensionati
Spi Cgil e realizzata in collaborazione con la Fondazione
Brodolini e con il Politecnico di Milano, dal 1991 al
1999 il numero dei lavoratori domestici iscritti all'Istituto
nazionale della previdenza sociale è aumentato
attestandosi intorno alle 230.000 unità con un'incidenza
degli operatori stranieri pari al 50 per cento. Percentuale
destinata oggi a sbilanciarsi notevolmente dopo la sanatoria
2002 dei lavoratori immigrati e che riguardava anche i
cosiddetti badanti, termine che nell’immaginario
collettivo viene ormai associato soprattutto alle donne
straniere. Infatti per l’Inps, al 31 gennaio 2004,
risultano regolarizzati 271.334 tra collaboratori familiari
e badanti non italiani le cui prestazioni si configurano
all’interno della tipologia del lavoro domestico,
alla cui normativa si rifanno completamente.
In realtà gli operatori del settore sono sempre
più numerosi di quanto si riesca a stabilire, numeri
alla mano. Infatti, ai lavoratori registrati si affiancano
innanzitutto quelli che lo Spi ha definito proletari
dei servizi, in prevalenza immigrati, ma anche lavoratori
italiani, che operano ancora in nero. A dimostrarlo è
anche uno studio del Censis condotto in Italia, presentato
nel mese di dicembre del 2003 alla Conferenza europea
sul Lavoro, secondo il quale il 77% del personale addetto
alla cura della casa e all’assistenza alle persone
lavora in nero.
La categoria dei lavoratori irregolari dell’assistenza,
comprende i molti cittadini stranieri, e sono per lo più
donne, che lavorano dentro le case degli italiani prendendosi
cura di loro e spesso anche vivendoci insieme, e che,
o proprio non sono iscritte all’Inps, o presentano
dichiarazioni dei redditi che indicano solo le 24 ore
minime settimanali pur coprendone in realtà molte
di più.
Le lavoratrici di cura provengono da Asia, Africa, America
Latina ma soprattutto, negli ultimi tempi, dall’Europa
dell’Est. Nel caso del “vecchio continente”
le polacche, ora cittadine dell’Unione europea seppure
ancora soggette ad alcune restrizioni per lavoro quando
emigrano in altri Stati membri, che erano state tra le
prime a dedicarsi al lavoro di cura degli anziani in Italia
ora sono state sostituite dalle cittadine rumene, ucraine
e russe soprattutto per quanto riguarda le Regioni del
nord Italia.
Sono dunque soprattutto queste donne a ricoprire oggi
parte dei ruoli prima svolti dalle donne italiane nelle
faccende domestiche e nell’assistenza di familiari
e anziani e lo fanno spesso all’interno di «un
mercato nascosto, indirizzato soprattutto in senso privatistico
e che sembra essere l’unica vera risposta attuale
all’invecchiamento della popolazione», secondo
il parere di Rossana Trifiletti, docente di Sociologia
della famiglia e politiche sociali presso l’università
degli studi di Firenze. La situazione è grave anche
perché lo Stato italiano non è finora riuscito
a varare una politica adeguata per l’assistenza
degli anziani e addirittura «non esiste ancora neanche
un dato sull'assistenza domiciliare dopo che per 20 anni
si sono succedute commissioni ministeriali che avevano
questo scopo». Per la Trifiletti «noi pretendiamo
un’emersione senza sostenerla, imponendola coattivamente
in modo molto diverso da altri paesi europei, dove sicuramente
anche si è puntato all'emersione del lavoro informale
in questo settore ma creando le condizioni, rendendola
conveniente per tutte le parti coinvolte. Bisogna quindi
pensare sia alla tutela dei diritti umani delle lavoratrici
immigrate ma anche alla tutela contro la sperequazione
delle famiglie che non hanno alternativa di scelta e rispetto
alle quali sappiamo che molto spesso c'è, con la
non autosufficienza di un anziano, l'inizio di un percorso
di impoverimento, di cui finisce per pagare le conseguenze
affettive ed economiche anche la lavoratrice straniera»
(p. b. v.)
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