Roma - L'assessorato ai servizi sociali e salute del
Comune di Roma ha attivato una serie di interventi rivolti
a cittadini/e stranieri del territorio capitolino. I nuovi
residenti della città hanno raggiunto le 298.000
presenze (Fonte Dossier statistico della Caritas per l'inizio
2004) senza contare gli immigrati privi di permesso di
soggiorno che vivono anche nella capitale. Ad occuparsi
di questa fascia di popolazione particolarmente esposta
all'esclusione sociale è soprattutto il V dipartimento,
affidato all'assessore Raffaela Milano, che lavora su
diversi versanti per fornire sostegno attraverso i servizi
garantiti dal sistema pubblico: dall'accoglienza per i
senza fissa dimora al Piano nazionale asilo, dalle case
famiglia alla promozione di una Salute accessibile a tutti.
Le attività dell'assessorato seguono l'evoluzione
di una popolazione che registra un costante incremento
di immigrati/e ma si preoccupano anche di un altro aspetto
centrale degli indici demografici: l'alto tasso di invecchiamento
dei propri utenti. La tendenza riguarda tutta l'Italia
abitata, secondo l'ultimo censimento nazionale, da oltre
10 milioni le persone con più di 65 anni. I diversi
processi comunicano tra loro e nel corso degli anni si
è verificato un incontro importante tra nuovi e
vecchi cittadini su un aspetto in particolare: i primi
sono diventati gli operatori di cura e i secondi i datori
di lavoro. Un legame inevitabile per uno Stato che l'ONU
aveva definito, nella Conferenza Mondiale sull'Invecchiamento
del 2002, il Paese più vecchio del mondo e l'ultima
fra le nazioni più industrializzate per la politica
di assistenza e sostegno degli anziani. L'Italia fatica
a tenere il passo rispetto ad una tendenza costante. Non
è bastata, durante il governo del centrosinistra,
l'approvazione della legge quadro 328/00 per la realizzazione
del sistema integrato di interventi e servizi sociali,
che continua a procedere lentamente nella fase di applicazione.
A fronte di questa realtà è cresciuto e
si è rafforzato un sistema di appoggio familiare
che ha attinto a piene mani al mercato dei lavoratori
della cura, un mercato spesso sommerso e affidato alle
donne immigrate.
Gli enti locali, che per primi si devono confrontare
con un tessuto sociale in evoluzione, provano a formulare
risposte adeguate. Nella capitale sono quasi 50.000 gli
anziani non autosufficienti o parzialmente autosufficienti
e molti contano su assistenti familiari stranieri/e, a
volte sprovvisti di permesso di soggiorno e in altri casi
ormai in regola grazie alle sanatorie. A Roma il fenomeno
è senz'altro rilevante: la regolarizzazione del
2002 ha coinvolto oltre 58.000 lavoratori del settore
su un totale di 104 mila domande di emersione presentate.
Sulla base di questi dati l'assessorato ai servizi sociali
ha avviato il progetto pilota "Insieme si può"
finanziato dal Comune con 973.000 euro del fondo per la
non autosufficienza e dalla Fondazione Viti. L'obiettivo
è ampliare e qualificare l'offerta di servizi per
gli anziani della città, intercettando la domanda
di lavori di cura, realizzando percorsi formativi per
gli/le assistenti familiari e creando un Registro cittadino.
E' inoltre prevista la creazione di un fondo di compartecipazione
per il pagamento dei contributi Inps dei lavoratori. Alla
Fondazione Santi è stato affidato il capitolo della
formazione, mentre Acisel, Arciconfraternita e Virtus
Pontemammolo si occuperanno della gestione dei servizi
e l'Auser della comunicazione. L'agenzia Migra ha incontrato
l'assessore Raffaela Milano presso gli uffici del quinto
Dipartimento per rivolgerle alcune domande riguardo alla
prima fase di un progetto che si inserisce nel quadro
generale di trasformazione della società italiana.
Quale è stata la risposta dei vostri servizi
sociali rispetto al processo di invecchiamento degli utenti?
Nella nostra città risiede oltre mezzo milione
di persone con più di 65 anni. L'allungamento delle
aspettative di vita ha comportato un aumento di bisogni
di carattere assistenziale. Molti si sono trovati di fronte
alla prospettiva di vivere gli anni finali della propria
esistenza in condizioni di solitudine e spesso anche con
reti familiari meno compatte rispetto al passato. E quindi
bisognava rispondere ai bisogni di sostegno con supporti
tutti da costruire. Noi abbiamo una legge nazionale importante,
la 328 dell'ex ministro Livia Turco, che ha riformato
questo settore di welfare però alcuni provvedimenti
importanti di cui si parla da tempo, come ad esempio il
fondo per la non autosufficienza che dovrebbe servire
proprio ad affrontare questo tipo di bisogni, non è
ancora stato avviato. Rispetto a questo il Comune di Roma
ha definito un Piano regolatore sociale come modo di riformare
il sistema puntando sui servizi di welfare comunitario.
L'obiettivo è che le persone anziane possano rimanere
a casa propria il più a lungo possibile senza ricorrere
all'istituzionalizzazione. Stiamo cercando di mettere
in campo una serie di interventi che evitino alla persona
anziana di dover abbandonare la propria casa e il proprio
quartiere per andare a stare in un istituto. Funzionano
i sistemi di teleassistenza e telesoccorso, abbiamo creato
una rete di centri diurni, l'assistenza domicilare e i
centri per i malati di Alzheimer. In questo pacchetto
di opportunità si inserisce il progetto "Insieme
si può" che riguarda l'assistenza familiare
con un valore centrale nell'intervento domestico per l'intero
arco della giornata, per consentire alla persona anziana
di poter vivere nel proprio ambiente contando su una figura
di riferimento molto forte. Allo stesso tempo il progetto
vuole essere un sostegno per le tante lavoratrici di cura
presenti nella città e che si trovano ad affrontare,
a causa dell'ultima legge sull'immigrazione (l. 189/02),
continui momenti di difficoltà e discontinuità.
Appena l'assistito va in un Istituto, in un ospedale o
arriva al termine della sua esistenza, queste donne si
trovano ad affrontare tutto da capo, rischiando di ritornare
alla condizione di clandestinità se non si riesce
a trovare un'altra occupazione entro sei mesi.
Che tipo di offerte formative avete previsto
per questo progetto?
Il nostro obiettivo è garantire maggiore solidità
anche cercando di far vivere questo lavoro non solo come
un ripiego ma come la possibilità di un avanzamento
professionale in un mondo molto più ampio che richiederà
sempre più operatori. Anche perché da alcune
ricerche emerge che circa il 14 per cento è costituito
da donne laureate, un mondo di intelligenza e cultura.
Non possiamo ridurre tutto questo a un livello che, nel
migliore dei casi, finisce per essere paternalistico o
filiale. Faremo dei percorsi formativi che permettano
il riconoscimento di un monte ore da parte di Regione
e Provincia valido per l'accesso a un titolo che permetta
in futuro l'assunzione in qualche impresa o ente sociale.
Come procede la prima fase dell'iniziativa?
Abbiamo aperto un bando attivando uno sportello per raccogliere
sia le richieste degli anziani che delle lavoratrici.
I moduli per la richiesta di partecipazione al progetto
si possono ritirare presso l'Ufficio relazioni con il
pubblico del quinto Dipartimento (viale Manzoni, 16),
o presso quelli dei singoli Municipi oppure su Internet.
In molti si sono rivolti a noi per domande e iscrizioni,
tant'è che dopo quella del 10 febbraio 2004 abbiamo
dovuto fissare altre scadenze. Sono già stati selezionati
i primi ottanta anziani e assistenti familiari. Queste
ultime verranno coinvolte in un corso di formazione e
poi nell'attività di sostegno ai primi utenti.
L'obiettivo è di rendere il servizio permanente,
che i cittadini sappiano dell'esistenza di una scadenza
ogni sei mesi alla quale seguiranno una valutazione delle
richieste, i corsi di formazione necessari e una fase
di accompagnamento. In questo modo il Comune diventa una
sorta di garante di un servizio fondamentale, andando
incontro alle richieste delle molte famiglie che cercano
maggiori rassicurazioni rispetto a chi deve assistere
gli anziani così da vicino, ma anche seguendo una
categoria di lavoratrici molto esposte. I servizi di tutela
delle donne raccolgono continuamente le loro segnalazioni
sulle molestie subite. Un ruolo importante verrà
infine ricoperto dai tutor che effettueranno una sorta
di monitoraggio dei percorsi di inserimento lavorativo
all'interno delle famiglie.
Rispetto agli interventi di comunicazione, come
state procedendo?
Si sta progettando un Focus group composto dai parenti
degli anziani coinvolti e dalle lavoratrici di cura e
procede anche la stesura di un manuale rivolto sia alle
famiglie che alle assistenti che conterrà indicazioni
pratiche, dalle procedure burocratiche agli elementi di
pronto soccorso.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto
è l'Albo cittadino per il lavoro di cura, un'impresa
non facile di cui spesso si è parlato anche in
altre città.
Proprio in questa sede, nel corso di una prima riunione
di intesa con le organizzazioni sindacali, abbiamo impostato
una prima ipotesi di Albo con dei requisiti obbligatori
preferenziali di accesso. Il varo dell'Albo è legato
al proseguimento e superamento della prima fase del progetto
"Insieme si può". In questo momento stiamo
raccogliendo tutte le informazioni, rispetto ai tanti
corsi di formazione realizzati finora per lavoratori di
cura, per stabilire quali competenze richiedere per l'iscrizione
al Registro, orientare in questo senso i percorsi che
stiamo creando e recuperare le donne che già hanno
alle spalle diverse ore di investimento in questo settore.
Sono azioni che procedono parallele. (p.b.v.)
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