Roma - Due filippine liberate. Così si definiscono,
sorridendo, quando le incontro nella sede di una delle
principali agenzie delle Nazioni Unite, a Roma, Charito
Basa e Rosalud Jing de la Rosa, autrici della
ricerca Io,
noi e loro: realtà e illusioni delle colf filippine,
pubblicata nel dicembre 2004. Sobrie, snelle e dai modi
diretti, lavorano entrambe come consulenti Onu per programmi
di sviluppo e cooperazione con il Sud del mondo. Hanno
i loro lasciapassare personali che ci permettono di raggiungere
indisturbate uno dei salottini dell’edificio. E’
la prima intervista che rilasciano sulla ricerca, ancora
fresca di stampa, e sono quindi ansiose di trasmetterne
lo spirito. Questo lavoro vuol dire molto per loro, ne
parlano riflettendo anche sulle scelte di vita che le
hanno portate vicino e lontano dai percorsi delle protagoniste
dell’indagine, altre donne filippine. La stessa
Basa aveva cominciato il suo percorso in Italia lavorando
come collaboratrice familiare. Per assolvere a questo
compito era partita dal suo Paese, diciotto anni prima.
Nel 1991, la dura esperienza l’ha spinta a fondare,
assieme ad altre connazionali residenti nella capitale,
il Filipino Women’s Council con l’obiettivo
di sostenere altre lavoratrici filippine nella loro vita
in questo Paese. Mentre Rosalud Jing de la Rosa ha vissuto
per 18 anni negli Stati Uniti, a New York, e si è
poi trasferita a Roma, accompagnando il marito italiano.
In questa fase della loro vita si sentono entrambe donne
che hanno attraversato una importante fase di liberazione
dai modelli tradizionali.
Come nasce la vostra ricerca?
Per quel che ne sappiamo nessuno studio sulla comunità
filippina, realizzato dai diretti interessati, era stato
mai fatto prima. Il FWC ha avvertito che era giunto il
momento giusto per fare un passo avanti. In passato membri
della nostra organizzazione avevano partecipato direttamente
o contribuito a diversi studi universitari o di altri
istituti sulle donne filippine. Sfortunatamente, solo
pochi di questi lavori sono tornati da noi. La maggioranza
dei ricercatori non ha condiviso con noi i risultati dei
loro studi. La comunità non ne ha mai beneficiato.
Diverso è stato il caso di due importanti studi
eseguiti sulla comunità delle donne filippine immigrate
a Roma: “Servants of Globalization: woman migration
and domestic work” scritto da Rachel Parrenas dell’Università
di Berkeley California, che tra l’altro è
figlia di filippini emigrati negli Stati Uniti, una seconde
generazione; e “The Social Cost of Migration and
possibilities of reintegration” di Estrella Dizon-Anonuevo
e Augustus Anonuevo della ONG filippina Atikha-Balikabayani.
Il FWC ha fornito aiuto ed informazioni durante la loro
attività di ricerca, ricevendo in cambio copie
dei loro lavori. Abbiamo poi proseguito ad interagire
con loro in maniera continuativa. Queste ricerche ci hanno
dato l’ispirazione necessaria ad effettuare questo
studio. Altro importante contributo che ha ispirato il
FWC è stato quello dato al progetto Equal “L’Immagine
degli immigrati in Italia tra media, società civile
e mondo del lavoro”, traducendo in italiano il documentario
intitolato “Care Chain”, prodotto dalla televisione
olandese VPRO, fortemente motivato dalla lettura del libro
della Parrenas.
L’immagine delle donne filippine è
al centro del vostro libro. Sono “eroine del nostro
tempo” in patria e qui “brave domestiche”.
Sembrerebbe esserci un abisso...
In un modo o nell’altro queste donne sono strette
in ruoli non facili da sostenere, sembrano vivere una
doppia vita. Quello che viene da chiedersi è: un
datore di lavoro italiano definirebbe mai la propria colf
una eroina dei giorni moderni? Nella relazione interpersonale
tra Colf e datore di lavoro esiste una difficoltà
da parte di quest’ultimo nel voler osservare e riconoscere
qualcosa di diverso dalla brava domestica che quotidianamente
risolve i problemi della gestione familiare, perdendo
così l’occasione di leggere dietro alla vicenda
personale nella sua interezza, e al di là degli
stereotipi. E di questo risentono le lavoratrici, quando
viene data scarsa considerazione ad altre loro capacità,
tant´è che hanno poche prospettive per altri
tipi di lavori. Allo stesso tempo, nelle Filippine, proprio
il governo cerca di non mostrare il lato più duro
della vita delle immigrate, fuori dal Paese. Risultano
importanti solo gli aspetti più eroici della questione.
A cominciare dal fatto che queste donne guadagnano tanti
soldi per mantenere le famiglie e, in fondo, l’intera
economia. E viene diffuso il messaggio che loro devono
sentirsi anche fortunate perché riescono a partire,
quando altri neanche questo possono fare. Si tratta di
una politica di spinta all´emigrazione femminile
che era stata inaugurata dal dittatore Ferdinand Marcos,
negli anni del suo regime, per tamponare la crisi economica
del Paese. E oggi le donne continuano a partire in massa,
incoraggiate sistematicamente dall´attuale governo.
Mentre non si affrontano fino in fondo le conseguenze
che la loro assenza provoca anche sulle famiglie, sui
figli, sulle figlie, sulle vite di tutti loro. In occasione
delle festività, quando ritornano molte donne in
patria per passare le vacanze, ci sono delle vere e proprie
celebrazioni in aeroporto, con esponenti istituzionali
che accolgono le eroine ritornate. Questo viene mostrato
perfettamente nel film “Care Chain” che verrà
proiettato sabato prossimo. Ci sono anche dei corsi di
orientamento, organizzati sempre dal governo, dove viene
fatto il lavaggio del cervello alle donne, prima della
partenza. Viene detto loro “Siete molto fortunate,
le elette, siete le manager delle case. Avete l´onore
di essere pure ambasciatrici delle Filippine nel mondo”.
E viene loro insegnato che l’unica cosa alla quale
devono pensare sono i soldi.
Che consigli dareste ai datori di lavoro e alle
lavoratrici?
Di leggere il libro! Soprattutto i primi. E poi alle nostre
connazionali, di imparare bene la lingua di questo Paese
per andare avanti meglio qui e per comunicare di più
con gli italiani, facendo anche valere i loro diritti.
E di pensare di più con la testa. Di pensare di
più a se stesse e alle proprie condizioni di vita,
rinegoziando magari anche i patti con le famiglie che
aspettano i risparmi, le rimesse, spesso senza rendersi
conto veramente dei grandi sacrifici che servono per mantenerli.
Anche questo è importante.
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