Lidia Obando da quattro anni è responsabile nazionale
per il lavoro delle collaboratrici familiari presso le
Associazioni cristiane lavoratori italiani.
Badanti, colf, assistenti familiari, spesso svolgono
mansioni similari. Esiste una certa confusione sui profili
professionali degli operatori del lavoro di cura?
Noi come categoria delle Acli colf, già dagli
anni Cinquanta ci eravamo impegnati in una lotta perché
non si continuasse a usare il termine domestiche per le
donne che facevano il lavoro di cura, di assistenza alla
persona e alla casa. Noi preferivamo definirle collaboratrici
familiari perché di fatto collaboravano con il
capo famiglia, a loro venivano affidati bambini, anziani,
portatori di handicap e anche le mansioni di casa. Nel
2002 con la riforma della legge sull’immigrazione
(L. 189/02) e la sanatoria è poi venuta fuori la
parola badante per indicare una tipologia di lavoro separato
da quello della collaboratrice familiare, quasi a dire:
“noi, con questa nuova figura, abbiamo pensato a
una copertura specifica per gli anziani”. Ma in
realtà, finora, nessuno del governo né degli
enti locali si è preoccupato di tracciare un profilo
professionale per l’assistenza alla persona, lavoro
che continuano a fare anche le collaboratrici familiari,
sia quelle che vivono presso gli assistiti che quelle
residenti per conto proprio, così come le badanti
non si limitano certo ad assistere solo la signora o il
signore anziano ma si preoccupano anche della casa. In
sintesi: la badante non ha un profilo professionale riconosciuto
per la sua specifica attività lavorativa e anche
nello stipendio non le viene assicurato un compenso diverso
rispetto alla collaboratrice familiare.
Quindi non esistono differenze reali?
Proprio così, anche la paga mensile è la
stessa. Abbiamo potuto verificare l’equivalenza
attraverso le dichiarazioni dei redditi delle lavoratrici
che si rivolgono a noi. Ed è un dato confermato
nelle assemblee che organizziamo per capire come procede
il loro lavoro e il rapporto con i datori, dove ci rendiamo
conto che per molti aspetti non è cambiato nulla.
Tra l’altro, nel settore, è confermata la
crescita della rete dell’assistenza “fai da
te” che vede le collaboratrici familiari trasformate
sempre più in vice-madri, infermiere o assistenti
domiciliari in risposta a bisogni familiari e sociali
che si vanno allargando e, insieme, facendo più
complessi.
La Toscana è una delle Regioni italiane
che ha rifiutato il termine “badante” per
definire il lavoro di cura, preferendo quello di assistente
familiare ritenuto più adatto e non degradante.
Enti locali come la Regione Lazio, invece, continuano
ad utilizzarlo. Cosa pensa a riguardo visto che si tratta
di un territorio dove lei lavora?
Noi come Acli questa parola non l’approviamo. In
lingua sarda viene utilizzata per chi guarda le pecore!
Abbiamo già fatto una lotta sindacale per creare
una identità più umana della figura lavorativa.
Anche perché spesso sentiamo le persone, anche
i datori o le datrici di lavoro che si rivolgono a noi,
dichiarare con un certo tono “io ho la badante”
come prima si diceva “io ho la domestica”.
Allora ci permettiamo di correggere, anche telefonicamente,
chiarendo: “guardi signora che qui abbiamo solo
collaboratrici familiari”. Mi è capitato
in diversi incontri e assemblee a livello istituzionale,
ad esempio durante il Convegno sull’immigrazione
del Cnel tenutosi nel novembre 2003, di contestare l’uso
improprio del termine da parte di Assessori e di altre
figure istituzionali. (p. b. v.)
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