Roma - Le carceri nel sistema del Welfare, la
devianza e l'emarginazione dei detenuti sono argomenti
che, nonostante la loro densa rilevanza sociale,
occupano ancora uno spazio residuale nei mass media
e nell'ambito politico e istituzionale.
Negli ultimi decenni, però, non sono mancate iniziative
legislative rivolte a favorire la deflazione carceraria,
la riduzione della pena detentiva e l'esecuzione
della pena in ambiente extracarcerario. In questo
senso, un passo fondamentale per l'applicazione
delle misure alternative alla detenzione è stato
la legge n.165 del 27 maggio 1998 (legge Simeone),
che ha introdotto alcune ipotesi di misure alternative
alla detenzione applicabili al condannato direttamente
dallo stato di libertà.
Altro tentativo di incentivare la risocializzazione
del condannato attraverso il lavoro è stata la legge
n.296 del 12 agosto 1993, iniziativa che ha consentito
a imprese pubbliche e private di organizzare e gestire
il lavoro intramurario, instaurando un rapporto
di lavoro diretto con i detenuti. Inoltre, non meno
importante sono state le agevolazioni contributive
e fiscali per le imprese e cooperative sociali che
offrono opportunità di lavoro in ambito carcerario.
Comunque, l'impronta risocializzativa dell'ordinamento
giuridico italiano e il principio di umanizzazione
della pena, evidenziato nel comma 3 dell'articolo
27 della Costituzione, in pratica trovano spesso
delle limitazioni. Sono sempre più frequenti e preoccupanti,
per esempio, i casi di suicidi in carcere (secondo
i dati del DAP 69 casi nel 2001), l'aumento degli
ingressi di stranieri nelle carceri e dei reati
collegati allo status di clandestinità e l'esigenza
di garantire interventi differenziati ai detenuti
tossicodipendenti.
Questi ed altri aspetti collegati alla realtà carceraria
sono stati messi in evidenza nell'incontro Le
carceri e la pena nel sistema del Welfare, promosso
dalla Cgil il 25 giugno.
L'evento è stato introdotto da Fabrizio Rossetti,
FP Cgil Nazionale, che ha sottolineato l'importanza
di un dibattito attorno alle politiche sociali per
il sistema penale e penitenziario e la necessità
di un progetto di integrazione dei detenuti e concrete
opportunità di inclusione, emancipazione, e di effettività
dei diritti di cittadinanza.
Rossetti ha anche citato il tema della tutela della
salute in carcere e il mancato trasferimento delle
competenze della medicina penitenziaria al servizio
sanitario nazionale. Inoltre, ha criticato l'assenza
di forme di cooperazione fra il sistema penale e
penitenziario e il sistema integrato dei servizi
sociali del territorio.
Altro punto di rilievo nel discorso del FP della
CGIL Nazionale è stata la vulnerabilità dei cittadini
stranieri, il loro rischio di esposizione all'illegalità
e la revoca del loro permesso di soggiorno in ogni
caso di violazione della norma penale.
L'incontro promosso dalla CGIl ha anche dedicato
ampio spazio ad altri temi come il ruolo degli educatori,
dei direttori penitenziari e anche degli assistenti
sociali che operano nel corso dell'esecuzione penale.
Altro punto di rilevo dell'evento è stata la presentazione
del Piano per Il carcere (2004, 2005 e 2006) del
comune di Roma, iniziativa che propone programmi
d'intervento sia all'interno degli istituti di pena
per il miglioramento della vita carceraria, sia
all'esterno con l'offerta di opportunità di inserimento
per gli ex-detenuti. Attualmente, secondo i dati
divulgati dall'assessorato alle politiche sociali
e promozione della salute della capitale, la popolazione
detenuta negli istituti di Roma e provincia è pari
a 3.809 uomini e 344 donne. Tra questi, 1.430 sono
cittadini stranieri. Le madri straniere, invece,
sono 20 e di queste 19 sono immigrate. (a.s.)
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