Roma – Il delicato argomento “detenuti prestatori
di lavoro” è sempre stato oggetto di periodici
confronti, suscitati da parte delle istituzioni, dalle
forze sociali, dagli operatori delle carceri e delle associazioni
impegnate nel volontariato. Le iniziative per stimolare
il lavoro penitenziario e la valenza riabilitativa di
quest’ultimo sembrano essere, da qualche tempo,
più frequenti, ma il tema del diritto del lavoro
in ambito carcerario non è del tutto risolto e
impone ancora molte riflessioni.
I detenuti degli istituti di pena italiani possono lavorare
sia all’interno delle carceri che all’esterno
(articolo 21 della legge 26 luglio 1975) e tanto per la
stessa amministrazione penitenziaria, quanto per società
private. Cambiano, ovviamente, i livelli di libertà,
secondo lo status giudiziario di ogni detenuto.
Nel 2003, il totale di detenuti lavoratori era pari a
13.474 persone (tra italiani e stranieri), ovvero il 24,2%
dell’intera popolazione carceraria, secondo i dati
del Dossier Statistico Caritas Immigrazione 2003. Le regioni
Lazio e Toscana sono, secondo i dati, quelle che offrono
maggiori opportunità di occupazione all’interno
delle stesse carceri con, rispettivamente, il 14,5% e
il 12,6% di dipendenti detenuti. L’Emilia Romagna,
invece, registra la percentuale più alta di stranieri
che lavorano all’esterno degli istituti di pena.
Conta ben 191 casi, su un totale nazionale di 329.
Secondo i dati divulgati dal Ministero della Giustizia,
il numero di detenuti che svolgono un’attività
lavorativa presso cooperative, associazioni e privati,
ha registrato, nel 2003, rispetto al giugno 2001, un incremento
del 20%. Per quest’anno, il Ministero stima in 66.309.383
euro gli investimenti per l’acquisizione e manutenzione
delle strutture e impianti destinati al lavoro negli istituti
di pena.
I reclusi e gli ex-detenuti in cerca di un’occupazione
possono rivolgersi anche ai “Centri per l’Impiego”,
le strutture pubbliche distribuite capillarmente nelle
Province e presso i quartieri delle varie città,
ove vengono offerti, gratuitamente, consulenza ed orientamento
al lavoro, tenendo conto delle loro richieste e delle
loro necessità. In questo caso, l’interessato
deve iscriversi presso il Centro della propria città
di residenza. Può farlo tramite la sezione dove
è ubicato il carcere, allegando, oltre agli altri
documenti richiesti, (L.56/87 art.19 Ord. Penitenziario)
un certificato di detenzione. Accedere al servizio, tuttavia,
è difficile per quegli stranieri che prima dell’arresto
si trovavano in condizione di clandestinità.
A Roma, in particolare, l’assessorato capitolino
al lavoro ha istituito “L’Ufficio per la Promozione
del Lavoro per detenuti, detenuti in misura alternativa
e ex-detenuti”. Affidato a Stefano Anastasia, l’ufficio
si occupa dall'orientamento alla formazione professionale,
dall'autopromozione sociale al reinserimento lavorativo.
Il Comune ha anche lo sportello di orientamento al lavoro
COL CARCERI, attualmente presente in tutte le carceri
di Roma.
Giuridicamente, l’inserimento lavorativo dei detenuti
è regolato, principalmente, dalla legge n.193 del
2000. La cosiddetta “legge Smuraglia” prevede
incentivi e sgravi fiscali per le imprese o cooperative
sociali che impiegano manodopera detenuta, purché
si tratti di un periodo non inferiore a 30 giorni. Dal
28 luglio 2000, quindi, alle imprese che assumono lavoratori
detenuti presso istituti penitenziari, è concesso
un credito mensile di imposta pari a 516,46 euro per ogni
lavoratore assunto, in misura proporzionale alle giornate
di lavoro prestate. Analogamente, anche la legge n. 381
del 1991 esercita un ruolo centrale in questa materia,
stabilendo che il 30% del personale delle cooperative
sociali deve essere attinto tra persone svantaggiate.
Nonostante le agevolazioni fiscali garantite dalla legge,
con alcuni datori di lavoro, oltre alla difficoltà
di superare i pregiudizi verso i detenuti, permane la
difficoltà di adeguare gli stipendi dei lavoratori
reclusi ai contratti collettivi nazionali. Significative,
intanto, sono alcune delle opportunità offerte
ai detenuti da parte delle cooperative sociali. Un esempio
è l’attività della cooperativa veneziana
“Il Cerchio”. Creata nel 1997, la cooperativa
impiega, attualmente, 65 persone in attività diverse
come l’igiene ambientale, i servizi di sorveglianza
e la manutenzione di edifici scolastici.
Particolare è l’attenzione che “Il
Cerchio” dedica alle detenute. In collaborazione
con l’associazione di volontariato penitenziario
“Il Granello di Senape”, la cooperativa ha
attivato un laboratorio di sartoria all’interno
del carcere femminile della Giudecca, a Venezia. La “capo-sarta”
del laboratorio è Veronica, una cittadina rumena
assunta dalla cooperativa nel novembre del 2002. Insieme
a lei lavorano anche Michela, di origine tedesca, e la
francese Clodin. Probabilmente, oltre alla possibilità
di lavorare, la loro soddisfazione maggiore è stata
l’inaugurazione del “Banco n.10”, una
boutique che commercializza all’esterno le loro
creazioni: borse in velluto e in juta, mantelli e costumi.
La cooperativa ha anche promosso, recentemente, una mostra
di abiti ispirati al 700 veneziano, creati dalle detenute
della Giudecca. Persino i manichini, serviti per l’esposizione,
sono stati prodotti dai reclusi del carcere Due Palazzi,
a Padova.
Annalisa Chiaranda, coordinatrice del laboratorio, racconta
che le tre donne continuano a meravigliarsi di quanto
sia bello svegliarsi la mattina e sapere di avere un impegno,
quello del lavoro. «Dicono» dichiara Annalisa
«che così riescono ad alimentare la mente
e a far passare il tempo più in fretta».
E aggiunge «Michela, per esempio, pensa già
a continuare la sua attività di sartoria alla fine
della pena, tra un anno e mezzo».
L’abbigliamento è, analogamente, il punto
di partenza di un altro progetto per i detenuti dell’Istituto
Penitenziario di Sulmona. Il Ministero della Giustizia
ha stanziato 1,2 milioni di euro per avviare una fabbrica
di scarpe e camicie e per offrire lavoro a circa 50 detenuti.
L’iniziativa prevede una prima fase di formazione
e la successiva commercializzazione dei prodotti.
A Milano, invece, e se n’è parlato ampiamente
anche in tv, la libertà del lavoro passa attraverso
un cavo, quello telefonico. Grazie al progetto “Telelavoro
Info12”, la cooperativa “Out&Sider”,
di san Vittore, ha assunto 30 detenuti che quotidianamente
si alternano alle 20 postazioni del call center creato
all’interno del carcere per il servizio “info
12”, di Telecom Italia.
E’ degno di nota anche l’esperimento della
casa Circondariale di Velletri (Roma), insieme alla cooperativa
“Lazzaria”. Un’azienda agricola e una
cooperativa vinicola impiegano mediamente 12 detenuti
in regime di semi-libertà.
La cooperativa ha prodotto e commercializzato più
di cinquemila bottiglie dell’ormai noto “Fuggiasco”.
Fatto a base di Malvasia nera, Merlot e Cabernet, il “Fuggiasco”
è il primo vino novello prodotto da detenuti a
debuttare nel mercato dell’enologia nazionale ed
internazionale. L’iniziativa, oltre a garantire
la professionalizzazione dei detenuti, rappresenta un
passo importante nel loro percorso di reinserimento lavorativo.
La distribuzione del vino è resa possibile grazie
a Enofly, una piccola società di consulenza enologica.
Spinta dal successo ottenuto, la cooperativa “Lazzaria”
intende produrre altri tre tipi di vini, e cominciare
anche una produzione di vini frutto di agricoltura biologica.
Potrebbe capitarvi, prima o poi, di assaggiare un sorso
di “Fuggiasco” e vale la pena di gustarlo
con grande attenzione. Agli aromi che si liberano nell’aria,
i detenuti hanno affidato il loro entusiasmo e tutte le
speranze. (a.s.)
Informazioni:
Banco n.10
Sestiere Castello 3478/a
(Salizada Sant'Antonin)
Tel. (041) 5221439
Venezia
Aperto tutti i giorni dalle 10h alle 13h e dalle 16h alle
19h30
Enofly srl
Via Avanzi 2,
CAP 37029 – San Pietro in Cariano (VR)
Tel.045-6801340
Torna
alla home 