Poco prima che lo spettacolo inizi, corre voce
che sia sparito il cartoccio con il pollo da utilizzare
in una scena-chiave. Vero, falso o verosimile? E’
comunque la classica ciliegina sulla torta delle
difficoltà a far teatro nelle istituzioni
totali. Eppure neanche il galletto scomparso impedirà
il successo di Esperando nel carcere di Forlì
alla prima (ma anche penultima?) rappresentazione
dell’8 luglio 2004.
Ne parliamo qui perché fra gli interpreti
ci sono alcune/i immigrati. Scrivere i loro nomi
non si può – sarebbe ingiusto comunque
- anche perché non tutte/i hanno completato
l’iter processuale. Fra i molti meriti di
Michele Zizzari, che è il regista-ideatore
di Esperando, anche l’aver fuso insieme romagnoli,
siciliani e stranieri. Come già un anno fa.
«Non riesco più a uscire dal carcere»
scherza Zizzari. Dopo un laboratorio di scrittura,
propone il teatro. Con i detenuti legge un testo
difficile come Aspettando Godot di Samuel Beckett.
Si decide di riscriverlo insieme, anche adattandolo
alla situazione concreta e alle esperienze dei reclusi.
In effetti il prodotto finale risulterà in
certi punti quasi identico (il finale a esempio)
al testo di Beckett ma si differenzierà assai
in certi passaggi, battute significative, persino
personaggi. Per arrivare a ciò si lavora
per 7 mesi, con 2 incontri alla settimana nella
biblioteca. «Non era certo il luogo adatto»
commenta Zizzari: «ma questo è un vecchio
carcere, tutto è difficile». Vecchie
mura ma con progetti interessanti: fra l’altro
donne e uomini si trovano insieme nelle attività
sociali e già questo è un fatto abbastanza
eccezionale visto che in genere fra i reclusi vale
ancora la totale separazione per sesso.
Nonostante le difficoltà, in testa la mancanza
di personale, nel carcere di Forlì tutti
– dalla direzione ai detenuti, passando per
gli agenti – sembrano credere al progetto.
E ci si inventa i modi per superare gli intoppi.
Fino alla “prima” dell’8 luglio
con una cinquantina di invitati esterni; seguirà
una sola replica, per i detenuti. «Ma si spera
di rappresentarlo anche fuori» sospira la
vice direttrice del carcere.
Un’ora e mezzo di sudore e bravura
«Lo scultore dà nuova vita alla materia,
il poeta gioca con le parole, il teatro trasforma
i corpi» riassume Michele Zizzari nella breve
presentazione. «Noi la consideriamo un’esperienza
molto importante nella logica del reinserimento
sociale» insiste la vice-direttrice. Entrambe
le affermazioni hanno il sapore della verità,
soprattutto riflettendoci dopo aver visto Esperando.
Oltre 90 minuti intensissimi nello spazio ricavato
dalla chiesa – calda quasi oltre ogni dire
– cioè l’unico spazio adatto.
Al contrario che in Beckett (Estragone, Vladimiro,
Lucky) qui ignoriamo i nomi dei personaggi. L’articolo
li indicherà dunque con Sn – senza
nome – e il numero della comparsa in scena.
Quando il sipario si alza, Sn1 inizia la sua lunga
lotta con la scarpa semi-rotta che non vuole uscire
dal piede. Vestito da barbone, bombetta in testa,
poi si vedrà che ha un occhio nero, Sn1 viene
sorpreso dall’arrivo di Sn2 e Sn3, un uomo
e una donna anch’essi con abiti lacerati e
bombette. A proposito, se ancora nutrivate dubbi,
si conferma che Lombroso aveva torto: Sn3 è
una specie di delicatissimo angelo biondo, secondo
la fisiognomica non potrebbe essere colpevole neanche
di un ruttino. I tre dialogano e litigano, spesso
con battute (“i manganelli son tutti uguali”)
o con invenzioni sceniche (da una bombetta spunta
a sorpresa un cellulare) che in questo luogo hanno
significati speciali. «Qua dentro non bisogna
farsi illusioni» commentano mentre una guardia
– vera, insomma non un attore – porta
il via il telefonino vietato.
Ora vicini a Beckett e ora allontanandosene, i
tre si impegnano con la misteriosa scarpa e soprattutto
iniziano a chiedersi se Godot verrà o no.
“Giocano” con le bombette. Valutano
se arrampicarsi su un albero: tristissimo, visto
che è un salice piangente e per di più
con le foglie morte. E se cadendo dall’alberello
ci si fa male o si muore? «Per gente come
noi neanche danno la notizia».
Quasi litigando, i tre si dividono il magrissimo
pasto ovvero una carota. Si mettono a dormire. Poi
fanno buffi esercizi. Giocano ancora con i cappelli.
«Ma siamo sicuri che poi a ognuno tornerà
il suo?» Come se avesse qualche importanza.
Al cambio di scena ecco Sn4 anche lui con un occhio
pesto, mentre Sn5 e Sn6 dormicchiano. Irrompe un
altro strano trio. Un tipo a suo modo elegante (in
realtà Sn7 è una ragazza truccata
da gagà) che si fa portare da due servi,
carichi sino all’inverosimile al quale i tre
chiedono se quello sia il posto giusto per aspettare
Godot, ricevendo male parole in risposta. Sn7 si
fa sventolare da uno dei servi. Poi da un cartoccio
tira fuori un pollo – chissà se era
quello previsto – e getta in terra gli ossi.
Sn4, Sn5 e Sn6 chiedono se possono sgranocchiare
quegli avanzi ma l’arrogante quanto abile
Sn7 riesce a farli litigare con i suoi schiavetti.
Quando sarà accusato di essere uno sfruttatore,
un vampiro ecco Sn7 rovesciare la frittata, dichiarandosi
un benefattore. Si teorizza che «il pianto
sia una quantità costante»: insomma
se qualcuno ride è solo perché un
altro si accolla la sua parte di guai. Quando Sn7
esce di scena con i suoi servi gli altri tre si
rimettono ad aspettare Godot.
Nuovo cambio di scena: ritroviamo Sn1 (intento
a guardare l’alberello), Sn2 e Sn3. Discutono,
litigano e soprattutto aspettano. Neanche una serie
lunga e angosciosa di “Aiuto” li fa
decidere a muoversi, a prender decisioni. Torna
anche Sn7, sempre più con stile da ciarlatano,
ma stavolta senza servi. “Questo luogo non
assomiglia a nulla, è solo un luogo d’attesa”
dicono. Anzi, «tutte le strade portano qui».
Devono restare lì perché non hanno
scelta. E alla fine – fedeli a Beckett- quando
dicono «Allora andiamo?» e «Sì,
andiamo» poi rimangono lì. Il sipario
cala. Poi solo lunghi e convintissimi applausi.
Il regolamento vieta di congratularsi con gli attori
e fare qualche domanda: magari per sapere se hanno
tutti lo stesso Godot (la vita fuori, la fine pena?)
oppure ognuna/o conserva il suo.
Rimangono lì gli attori-reclusi. Pare ragionevole
credere che quest’esperienza abbia dato loro
consapevolezza nuova. Non è stato solo un
– pur importante in carcere – fare qualcosa,
rompere la monotonia, dialogare con l’esterno.
Sembra di capire che quest’imprevisto incontro
con il teatro – per tutti un’esperienza
nuova – sia stato importante. E conta anche
che in scena ci si sia confrontati con lingue e
culture diverse.
Dunque gli spettatori lasciano il teatro-carcere…
Esperando che lo spettacolo non finisca qui, che
altri possano vederlo. (Daniele Barbieri)
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