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Anzio
- La
storia di K.
Il
trenino si ferma nella piccola stazione di Padiglione parallela
alla strada. K. mi aspetta vicina alla sua macchina facendo
larghi gesti con le braccia. È vestita di cotone bianco ricamato,
con i pantaloni e la casacca fino al ginocchio. Minuta e con una
lunga treccia, non ha esitato un attimo al momento di fissare
l’appuntamento e mi è venuta
a prendere come un’amica conosciuta. Arriviamo a casa, un
seminterrato proprio sul retro del marmificio dove lavora il
marito. Il padrone è stato generoso, ha concesso loro
l’alloggio e devono pagare solo la corrente elettrica. La casa
sembra confortevole soprattutto oggi che è una giornata di sole,
peccato che ci siano infiltrazioni di umidità dappertutto. Ha
appena comprato succo di frutta, coca cola e pan di stelle e li
dispone sul tavolo. Comincia subito a parlare a ruota libera anche
se mi chiede di non registrarla.
K.
è nata nel settembre del 1965 a Chandigarh nel Punjab. Si è
laureata in lingua e letteratura hindi. Suo marito ha nove mesi più
di lei ed è arrivato nel 1987. Inizialmente lavorava nei campi,
ma quasi subito ha cominciato a fare ciò che fa tuttora. Il
lavoro con il marmo è terribilmente faticoso, ha quasi tre ernie
nella schiena e reumatismi cronici a causa dell’acqua fredda con
cui è sempre a contatto. K. spera di trovare presto un
lavoro per alleggerirlo.
Aveva
trovato un lavoro presso MZ, un’azienda ortofrutticola. Il suo
compito era quello di impacchettare frutta e ortaggi e doveva fare
un mese di prova. Purtroppo si è ammalata e ha perso il lavoro.
K.
è arrivata in Italia nel 1993 per raggiungere il marito. Si sono
sposati nel marzo 1991 per procura e dopo nove mesi è nato il suo
primo figlio. Il matrimonio per loro è una questione molto seria,
non come qua in Italia che i fidanzati si prendono e si lasciano
in continuazione. E le donne indiane hanno un certo pudore, non
bisogna andare in giro con gli abiti attillati e mezze scoperte perché
si sa, gli uomini guardano sempre negli stessi punti. I
primi due anni, in assenza del marito, è vissuta con i suoceri a
Jalandhar come è tradizione in India. Si usa portare molto
rispetto per la famiglia del marito, in presenza del suocero
bisogna coprirsi il capo e ogni mattina prostrarsi ai suoi piedi
per salutarlo.
Quando
è arrivata in Italia non capiva una parola della lingua e ogni
volta che qualcuno le parlava lei si metteva a ridere. Poi si è
procurata un dizionario italiano-inglese e ha cominciato ad
imparare a memoria i nomi degli oggetti della casa. Nel 1994 e nel
1998 sono nate le sue due figlie.
Ha
provato a lavorare all’inizio presso una famiglia italiana. Un
giorno la sua datrice di lavoro le ha dato una busta da portarsi a
casa. Una volta aperta l’ha scoperta piena di frutta e verdura
quasi marcia e quando l’ha detto alla padrona questa le ha
chiesto: ma in India non morite di fame?
Successivamente
K. ha provato a lavorare in un ristorante, ma ha avuto
grandissime difficoltà perché è vegetariana e l’odore della
carne la nausea.
Ha
cominciato a fare dei corsi, tra cui quello di scuola guida. Si
ricorda che siccome faceva fatica a capire il significato di
tutto, cercava le parole nel dizionario e imparava le definizioni
a memoria. Il suo
esaminatore è rimasto colpito e non solo l’ha promossa, ma le
ha pure regalato alcune lezioni pratiche di guida.
Dopo
il corso di mediatori due anni fa ha cominciato per la prima volta
a lavorare allo sportello nell’ambulatorio di malattie
infettive. È stata un’esperienza importantissima che ha molto
amato nonostante le difficoltà. Una
volta saputo che all’ambulatorio c’era una mediatrice che
parlava la loro lingua gli
indiani sono spuntanti come funghi, per usare un’espressione
della dottoressa. Spesso venivano in gruppi di 10 15 persone per
trovare più facilmente la strada.
Vivono
in condizioni durissime, ammassati in stanze come galline,
lavorano per lo più nei campi e nelle stalle e non hanno cura
neppure per loro stessi. La necessità di lavorare il più
possibile per raccogliere soldi da mandare alla famiglia o per
pagare i debiti di viaggio è forte. Durante l’inverno sono
immobilizzati, non lavorano. Arrivano nei modi più strani
soprattutto con gli aerei facendo strani itinerari. Una volta allo
sportello si è presentato un ragazzo di 16 anni
che è stato in Russia per diversi mesi e aveva una scabbia
fortissima tanto era insano il luogo in cui l’avevano rinchiuso.
Non aveva neppure i soldi per pagarsi la medicina e la dottoressa
gliel’aveva acquistata lei stessa. Un’altra volta un uomo
molto malato con la tbc, l’asma e il diabete era stato
ricoverato d’urgenza allo Spallanzani, ma poi, timoroso di
essere rimandato indietro, era scappato nonostante le sue
condizioni fossero gravi.
K.
parla l’hindi e il punjab, molti del Pakistan, Bangladesh,
Nepal, Sri Lanka parlano anche l’hindi, ma poco l’inglese. Ha
iniziato a lavorare allo sportello nell’ottobre del 2004, doveva
continuare per un anno, ma il servizio è stato sospeso in giugno.
Non è ancora stata pagata per il suo lavoro.
Le
manca molto casa, ora sono sei anni che non torna. Ha un fratello
e due sorelle, una delle quali vive nelle Filippine. La madre di K. è morta una settimana prima che lei partisse per
l’Italia. Quando le viene nostalgia suona l’armonica e canta
un poco per risollevarsi.
Ci
sono tre templi indù nelle vicinanze. Uno è a Padiglione, uno a
Cavallo morto e uno a Velletri. Durante le cerimonie importanti,
le festività legate a uno dei 10 guru, i santi sikh, ci sono più
di mille persone. Altrimenti si incontrano ogni domenica, nel
capannone del tempio, c’è sempre da mangiare e ognuno porta
quello che può e se vuole lascia un’offerta. Si leggono brani
del testo sacro Guru granth sahib, si recitano e cantano poesie.
I
tre figli parlano e scrivono perfettamente il punjab e l’hindi,
Kanchan gliel’ha sempre insegnato, oltre a seguirli nei compiti
di matematica. Ora il ragazzo più grande ha 15 anni è molto
bravo a scuola e studia al liceo scientifico. La figlia maggiore
è stata ad agosto in India con il padre ed è tornata
felicissima. Non
riesce a congedarmi senza offrirmi il pranzo continuando a
scusarsi per non aver preparato qualcosa di speciale. Ma le
verdure fritte con la farina di ceci sono incomparabili.
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