Dentro il container la mia classe
aspetta pazientemente da un po' di tempo.
Qualcuno gli ha detto di aspettare
e loro aspettano.
Cerco di contarli con lo sguardo.
Sono una ventina. Sono tutti giovani, alcuni giovanissimi.
Ufficialmente richiedenti asilo politico, aspiranti studenti,
qui al Centro eufemisticamente chiamati ospiti.
Sulla scrivania scorgo le fotocopie
della lezione appena finita: “L'Italia è una penisola. Nella
nostra lingua, con la parola penisola si intende un territorio
in gran parte affacciato sulle acque.....” BENVENUTI IN ITALIA!
Ho sfoderato il mio sorriso
incoraggiante, non mi restava che iniziare.
Ma quale sarebbe stato il modo
migliore per sciogliere il ghiaccio iniziale e soprattutto
capire il famoso livello di preparazione dei futuri studenti?
Già mi vedevo a fare discorsi sul congiuntivo o sul futuro
anteriore. Purtroppo le mie aspettative e il mio fervore sono
piombati immediatamente a terra. Le domande “Come ti chiami?” o
“Di dove sei?”, cadevano letteralmente nel vuoto. Qualcuno
timidamente alzava la mano e sfoggiando un bel sorriso mi
annunciava: “ Io Abdul, io Togo”
“....io Ahmed”
“....Io Nigeria”
Caspita! I verbi al presente non
esistevano, figuriamoci quelli al congiuntivo.
Iniziavo a rendermi conto che gli
ospiti al Centro svernavano dentro la scuola, scivolavano
dolcemente dalla colazione al pranzo, giusto per non dover
vagare per i lunghi e desolanti corridoi del Centro o dover
dormire per ammazzare il tempo sospeso fra ieri e domani. Non mi
restava che prendere la situazione per quello che era: vie di
fuga non ce n'erano. Venti paia di occhi cominciavano a
guardarmi con un po' di attenzione e curiosità. Non potevo
perdere questa occasione.
Le stufette elettriche agli angoli
della stanza ronzavano allegramente, come se volessero scusarsi
per il freddo che non riuscivano a sconfiggere.
Quel freddo pungente che si crea
all'interno del container non me lo scorderò mai, come del resto
il caldo soffocante che un giorno avrebbe bussato alla porta
della scuola. Certo i miei studenti si erano accorti subito che
il freddo non mi piaceva. Così mi era stata offerta
generosamente una stufetta a forma di scatola per scarpe che
minacciava di ustionarmi, quando a lezione avviata mi
dimenticavo del piccolo aggeggio infernale e del suo potere
rovente che in realtà non scaldava un bel niente.
Dal primo giorno avevo condiviso il
calore immaginario con alcuni ragazzi kurdi che si erano
accomodati in prima fila. “La frangia kurda” ci teneva tanto a
farmi capire da dove arrivavano. Indicavano sulla cartina appesa
alla parete la loro terra, chiamandola orgogliosamente
…”Mesopotamia”. Poi precisavano: “io kurdo turco”, “io kurdo
siriano”. Nel caso avessi voglia di cercare sulla mappa la
famigerata Mesopotamia.
Gli altri ragazzi della classe non
capivano, e non trovando un segno chiaro sulla cartina né di
Mesopotamia né di Kurdistan, rimanevano perplessi. A questo
punto bisognava ricorrere ad un gesto forte e deciso: staccare
la mappa dalla parete, girarla e scoprire il lato B, dove gli
Stati non si confondono fra le caratteristiche fisiche di un
territorio, ma dove le macchie da colori vivaci sono circondate
dai contorni ben visibili. Ecco gli Stati! Tutto in ordine!
Confini, capitali, città... L'ordine mondiale sostenuto dalle
braccia di un ragazzo kurdo, che sbircia divertito da dietro la
mappa, quando si accorge che i compagni di classe inutilmente
cercano di collocare il Kurdistan da qualche parte dell'ordine
mondiale.
La situazione cambiava, quando
passavamo alla cartina dell'Africa.
I ragazzi che provengono dai paesi
africani, davanti alla cartina geografica puntavano sicuri le
dita sul paese di provenienza. Si creava una sorta di rito
magico intorno alla mappa dell'Africa: tutti volevano trovare e
indicare il posto da dove erano partiti. Mi capitava spesso di
seguire il percorso indicato e perdermi in quella linea lunga e
contorta come un tornante di montagna.
Un tornante non fra i monti,
immerso in un bel paesaggio, ma fra paesi, luoghi, dune,
carceri, morte, dolore, abbandoni, fame e sete. Il viaggio di
uomini e donne tenaci, che hanno masticato la paura insieme ai
granelli di sabbia e al sale che brucia lo stomaco vuoto. La
tenacia che si riusciva a leggere a distanza del tempo nei visi
di Jusuf, Ibrahim, Moussa, Adam...
“Adam, quanti anni hai?”
Adam ha diciannove anni e viene dal
Congo. E' silenzioso. Il suo viso da bambino mi fa star male.
Dopo le prime lezioni lo perdo di vista; chiedo notizie sul suo
destino.
“E' a Bari”, mi dicono i ragazzi.
“Lo hanno portato a Bari”, chiariscono senza commenti. Ci
scambiamo gli sguardi, so che non devo chiedere nient'altro.
Bari, Foggia, Gradisca... sono solo
gli spostamenti di routine per la macchina di accoglienza
ufficiale.
Guardo la mappa, punto gli occhi
sul Congo. Il tornante di Adam è lungo. Troppo lungo per un
ragazzo di diciannove anni.
Marta Marciniak